I poveri non si fanno guerra ma la subiscono

[Articolo Giancarla Codrignani per Repubblica]

Abbiamo davvero chiari i disastri che produce “questo” governo? Forse no. Altrimenti si vedrebbe la gente darsi un gran daffare per mettere qualche diritto residuo in cassaforte e studiare come prevenire i danni di un futuro di sacrifici. In questi giorni rettori e senati accademici sono oltre l’orlo della crisi di nervi, perché hanno dovuto prendere atto che “in conformità alla legge” va smantellata “questa” università per rimodellarla a misura Gelmini. Questo significa che i ragazzini che oggi hanno dieci anni pagheranno qualche migliaio di euro per entrarci.

La china va giù a rotta di collo e tutti sanno che, quanto più si va giù, tanto più è difficile risalire. Per questo importa poco piangere sul latte versato, su chi è stato il primo a dire che la scuola è un’azienda o se anche per D’Alema sussidiarietà significa che il privato fa quello che lo stato non può fare.

Ma una premessa diventa cruciale per i governi – dello stato come delle città – : se si possano privatizzare i diritti e se scuola e sanità siano ancora, oppure non più, dei diritti. Forse non ci rendiamo conto che la scuola di tutti, quella del dettato costituzionale, è a rischio di privatizzazione. Il documento economico-finanziario del 2011 riduce gli interventi per l’istruzione dal 4,5 % del Pil al 3,2. I tagli sulla scuola pubblica – invariato il trattamento delle private – sono di 8 miliardi in tre anni. Quelli sui docenti prevedono una riduzione di 87.341 docenti (e 44.500 segretari, tecnici e bidelli). I precari sono sicuri solo di non venire assorbiti. Aumenta il numero di alunni per classe (mentre la presenza di altre culture esigerebbe attenzione più individualizzata), gli handicap già non hanno sostegno, il tempo pieno è affidato alle disponibilità dei Comuni. Anche se domani entrasse in carica un nuovo governo, non avrebbe alternative. Quindi, senza apertura a 360° del dibattito sulla scuola per avvertire gli italiani che figli e nipoti perderanno opportunità perché privati di un diritto fondamentale; e senza mettere la scuola in primo piano, ci troveremo “inculcata” (lessico berlusconiano) la privatizzazione.

C’è chi pensa – come l’associazione Articolo 33 – che una consultazione popolare possa rilanciare la questione di quanto stiano a cuore i diritti e la Costituzione. Chiedere ai cittadini se la somma che il Comune destina alla scuola dell’infanzia debba essere riservata alle materne pubbliche o estesa alle private, non interferisce con le convenzioni praticate da oltre vent’anni. Infatti non sono state costruite nuove scuole dell’infanzia, non sono pensabili affittanze onerose, mancano strutture e personale. Se la finalità fosse l’abolizione, la formula del referendum sarebbe impropria. Il valore principale dei referendum, infatti, è conoscitivo. Per questo resta, nel nostro caso letteralmente, sub iudice la dichiarazione “di non procedibilità” della richiesta di “Art. 33″, presentata – e correttamente trasmessa dalla Commissaria di governo – , da parte del Comitato dei garanti, in violazione dell’art.7 dello Statuto comunale, che favorisce l’indizione di referendum popolari.

Il quesito può non piacere perché interroga sul passato, su riforme non realizzate (le donne si domandano sempre perché i “nidi” non siano ancora legge dello stato), sulle “supplenze” che hanno interferito con i diritti e anche sulla passività della partecipazione di tanti che, in ritardo, si indignano senza studiare i rimedi. Intanto lo scivolamento continua e la pendenza si fa più forte. E’ tempo di chiederci se ce la faremo a salvare la scuola di tutti, dal momento che ci è sembrato un gran traguardo non far pagare l’iscrizione all’asilo. I poveri (si rassicurino, se è una rassicurazione, gli amministratori) non si fanno la guerra tra loro, perché – in questo caso cittadini e amministrazioni allo stesso livello – le subiscono.

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