Referendum – La scuola è un bene sociale atipico

[articolo di Stefano Bonaga per Repubblica]

L’interessante dibattito apparso su Repubblica con gli interventi di Elisabetta Gualmini, Giancarla Codrignani e Nadia Urbinati mi induce ad alcune considerazioni aggiuntive, giustificate almeno dal mio convinto sostegno al Referendum sui finanziamenti pubblici alle scuole paritarie private.  La scuola è un bene sociale atipico. Cercherò di mostrare che questo tema deve essere sganciato dalle tradizionali discussioni a proposito del rapporto Pubblico/Privato, le quali riguardano le modalità di erogazione dei servizi di interesse pubblico (trasporti, energia, nettezza urbana ma anche servizi alla persona e welfare in generale). Tali dibattiti articolano posizioni politicamente e culturalmente diverse ma sono fondati comunque su premesse funzionali: attengono cioè alla qualità e continuità del servizio erogato nel contrasto fra monopolio pubblico e sistema concorrenziale, dove tuttavia sempre la qualità del servizio è commisurata alla coppia bisogno/soddisfazione-del-bisogno. Credo invece che l’esigenza di scuola vada interpretata non in termini di bisogno ma in termini di domanda. Distinguo la domanda dal bisogno in quanto quest’ultimo connette in maniera diretta e unilaterale una richiesta a oggetto definito (mobilità, consumi energetici, pulizia pubblica, salute, assistenza) mentre la domanda (domanda di formazione, di cultura, di competenze) non ha un oggetto concretamente predefinito e dunque è la natura e l’articolazione delle risposte (di formazione, di sapere, di cultura e competenze) che qualifica, caratterizza esaudisce e dunque perfeziona, determinandola, una domanda aperta, in un vero e proprio processo interattivo. Perciò, al di là delle interpretazioni più o meno restrittive (anche in termini legislativi ordinari) del dettato costituzionale è nella differenza costitutiva della risposta pubblica o privata alla domanda di scolarità (non di parcheggio scolare infantile e adolescenziale) che si gioca la partita civile e politica fra i fautori della esclusività onerosa statuale (nazionale o locale) della scuola pubblica e i suoi avversari.

Intendo dunque configurare tali differenze: la scuola privata soprattutto in Italia consolida le identità di censo, di ceto, di cultura e spesso di religione, mentre la scuola pubblica accoglie le specifiche differenze di censo, di ceto, di cultura e di religione in una esperienza comune che permette il loro confronto, scambio, sviluppo e maturazione.
Nel caso peculiare e diffuso delle scuole confessionali, l’assunzione di premesse indisponibili di tipo religioso confligge con l’ autonomia della Ragione nella sua funzione di critica di ogni premessa, che è ciò che distingue il libero sapere filosofico e scientifico dal pensiero dogmatico.
Perciò la difesa a tutto campo della scuola pubblica non deriva solo semplicemente o formalmente dalla sua priorità costituzionale, ma è legittimata dalla sua specifica funzione socioeducativa aconfessionale che è tanto più rilevante quanto più la società complessa, differenziandosi, ha bisogno di contrastare la diaspora individualistica degli interessi costituiti e la resistenza delle identità precostituite e stratificate, verso nuove forme di identità funzionali, duttili, socialmente compatibili e dotate di un alto tasso di capacità cooperative.

Inoltre, nel caso specifico delle scuole d’infanzia comunali, la carenza di offerta costringe anche le famiglie radicalmente ostili alla tipologia confessionale delle paritarie private (tipologia che incide comunque su una fase delicatissima – come rilevato dalla letteratura psicopedagogica internazionale – della formazione della personalità), sono costrette ad adattarsi ad una situazione profondamente in contrasto sia con i loro diritti costituzionali che con le loro preferenze culturali ed educative. Un vero e proprio vulnus, che fondamentalmente dipende dalle difficoltà collegate alla funzione sussidiaria dei Comuni nei confronti del diritto statuale allo studio, ma che il Referendum (se i Garanti ora tenuti ex lege a decidere sulla legittimità del quesito referendario lo accoglieranno) dovrà spingere l’Amministrazione a progettare soluzioni, sia pur  progressive,  di rimedio ad esso.

Stefano Bonaga

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