Scuola, la contabilità della guerra fra poveri

[articolo di Elisabetta Gualmini per Repubblica]

“Una guerra tra poveri”. Lo ha sintetizzato così, il sindaco Merola, il finale della storia piena di spine dei contributi comunali alle scuole dell’infanzia paritarie private, qualora non si rinnovasse la convenzione attualmente in scadenza, in vigore dal 1995. Prima di arrivare al finale, tuttavia, conviene raccontare gli antefatti, secondo una visione d’insieme che sinora è decisamente mancata, oscurata dalla propensione a cavalcare in maniera assai unilaterale e dogmatica il tormentone “finanziamenti sì – finanziamenti no”. Con il rischio che l’afflato ideologico mistifichi la realtà dei fatti e finisca per negare le virtù di una sana “concorrenza” tra pubblico e privato, proprio nel momento in cui la modernizzazione delle politiche di welfare va esattamente nella direzione opposta: integrazione e cooperazione (così è per la sanità e per i servizi socio-assistenziali).

Esercitarsi nel ruolo di cantori dolenti di una scuola devastata e prosciugata (peraltro sotto agli occhi di tutti) non basta. È legittimo manifestare contro i tagli (soprattutto se in forma civile come nel caso del “digiuno a staffetta”), ma solo se si dimostra al contempo una ampia disponibilità a prendere in considerazione tutte le implicazioni della posta in gioco. Partiamo dai dati.

Il comune ha speso, nel corrente anno scolastico, 1.055.500 euro per finanziare le scuole dell’infanzia convenzionate, il 3% della spesa totale per questo tipo di servizi. Sono 1.662 i bambini iscritti alle paritarie in convenzione (con una copertura del 21,1%). Al contributo comunale si aggiunge quello ministeriale, di entità lievemente inferiore, e un modesto stanziamento regionale (1.400 euro in media per ciascuna struttura). Queste risorse contribuiscono al 30% delle spese di funzionamento delle scuole dell’infanzia convenzionate, in armonia con quel “sistema integrato di offerta formativa”, messo in piedi dalla legge sulla parità scolastica (governo D’Alema II) e dalla legislazione regionale sul diritto allo studio con l’obiettivo di assemblare in unico sistema i tipi di gestione delle scuole d’infanzia già esistenti, disponibili ad ampliare la copertura in senso “orizzontale” (più posti) e “verticale” (per tutto il ciclo di vita). Va da sé che le scuole che si convenzionano devono rispondere a precisi standard di qualità. Il finanziamento si compone infatti di due voci, una fissa e una variabile; quest’ultima soggetta a fluttuazioni proprio sulla base del rispetto dei requisiti. Ad oggi, i posti disponibili a Bologna per gli iscritti tra i 3 e i 5 anni superano il 97%, dato di indubbio successo.

Semmai il problema – più che l’azzeramento dei contributi comunali – è il dimezzamento dei finanziamenti ministeriali. Il governo ha infatti stanziato il 55% di risorse in meno rispetto all’anno scorso (168 milioni di euro contro 526), per tutte le scuole dell’infanzia paritarie, comunali e convenzionate. Per ripianare la voragine non è ancora dato sapere quale sarà la soluzione. Se ad ogni modo venissero a mancare i contributi comunali alle materne convenzionate, così come richiesto dal Comitato art. 33, promotore di un referendum cittadino (ancora in attesa di un responso definitivo da parte del Comitato dei Garanti), 1.662 bambini rimarrebbero scoperti: 74 sezioni in meno, contro le 10 stimate dalla Flc-Cgil da realizzarsi con i risparmi ottenuti. È peraltro dimostrato che il reddito familiare non costituisce un filtro discriminante per l’accesso alle scuole convenzionate. Solo 4 scuole d’infanzia hanno una tariffa di frequenza superiore a 200 euro mensili. Il tema poi del carattere “ideologicamente orientato” delle scuole in convenzione (su cui non arretra il Comitato) appare pretestuoso, se si considera che notoriamente le scuole cattoliche sono frequentate da bambini di famiglie non credenti e che molte scuole in convenzione sono gestite da cooperative anche con diverse connotazioni politico-culturali (come la steineriana), capaci di svolgere un servizio pubblico senza discriminazioni.

Viene in mente a proposito una fulminante dichiarazione di Piero Fassino, il quale parlando delle scuole dei Gesuiti presso cui ha studiato dice: “ho ricevuto un insegnamento non dogmatico e aperto allo spirito critico, che mi ha permesso di diventare un uomo di sinistra”. Parole che stridono non solo con le posizioni della lista Frascaroli, ma anche con voci interne allo stesso Pd. Gli ingredienti perché la grana dei finanziamenti alle scuole d’infanzia paritarie torni a infiammare gli animi ci sono dunque tutti. Speriamo che il gruppo dei “fantastici” (parole del sindaco), riesca ad essere all’altezza di questa e di altre sfide, anche a fronte dell’esclusione dalla Giunta di qualsiasi rappresentante dell’area riformista e non diessina del Pd. Per il momento, il silenzio dell’assessore al bilancio che si è presa il tempo di studiare le carte e magari di fare un’analisi di fattibilità delle promesse elettorali è il gesto più eloquente e apprezzabile osservato nei “primi giorni di scuola” del dream team meroliano.

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