Qualche paletto su scuola pubblica e referendum


[Articolo di Milli Virgilio, avvocato del Comitato Articolo 33, pubblicato sul Corriere di Bologna, 07.07.2011]

Non si possono mettere punti fermi o paletti, quando si discute di un diritto fondamentale costituzionale, quale è il diritto dei genitori a una scuola di qualità per i propri figli. Pertanto la legge Berlinguer 2000 sulla parità scolastica, quella che ha chiamato tutte le scuole (statali e paritarie) a contribuire a un “servizio pubblico”, non può essere indiscutibile: non solo tale legge non deve essere stravolta, come già accade, ma essa stessa deve rispettare la Costituzione! Neppure può essere presentata come ormai irreversibile la pur annosa tradizione, aperta in Italia dal Comune di Bologna, dei finanziamenti pubblici comunali alle scuole d’infanzia private (quasi tutte confessionali).

D’altronde un elemento nuovo è già intervenuto –di fatto- a rimettere in discussione i finanziamenti. Sono i tagli Gelmini/Tremonti alla scuola pubblica, che insieme alle rigide contrazioni dei bilanci comunali, impongono già oggi modifiche e rivisitazioni del sistema in atto.

Il primo sintomo di novità è un significativo mutamento degli argomenti portati a favore del finanziamento. Passa in secondo piano il principio di libera scelta educativa (ognuno ha diritto di scegliere se frequentare scuola pubblica o scuola confessionale), che veniva poi (con un salto illogico) tradotto nel dovere per il Comune ( alla pari e in aggiunta a quanto già previsto per lo Stato appunto dalla legge Berlinguer) di sostenere economicamente le scuole private paritarie (confessionali) per consentire di accedervi anche a chi non è in grado di pagare le rette.

Ora il finanziamento viene sostenuto scopertamente con un altro argomento, meno nobile, ma pragmatico, economico e di bilancio: vista la necessità di aumentare il numero di posti offerti di scuola d’infanzia, il Comune risparmierebbe se, invece di creare nuovi posti comunali che graverebbero esclusivamente sulle sue fiaccate finanze, decidesse di puntare su un aumento dei posti di scuola d’infanzia privata. A questa infatti il Comune corrisponde solo un parziale contributo al finanziamento. Così, per questa seconda via, l’aumento dell’offerta di posti sarebbe certamente meno gravoso per i cittadini bolognesi.

Tre rilievi: il principio di libera scelta educativa è oggi a rischio sull’altro versante, quello della domanda di scuola pubblica. Siamo sicuri che oggi chi chiede scuola d’ infanzia pubblica riesca ad ottenerla? Magari lontana e scomoda, ma pubblica. E’ ancora così? La risposta può essere solo offerta da una trasparenza costante dei dati comunali, evitando sofistiche questioni sul concetto di coazione alle private. È evidente che nessuno può essere “costretto” a presentare domanda di accesso alle scuole confessionali. Ma se l’alternativa è casa o scuola private, in mancanza di pubbliche, se non la chiamiamo coazione, come la chiamiamo?

L’altro punto su cui non sono consentite confusioni è la differenza tra pubblico e privato. Non ci riferiamo alla qualità, che ci auguriamo ottima (e controllata) in ogni tipo di scuola. Ma è solo la scuola “pubblica” che ha l’obbligo per legge di essere pluralista nella sua impostazione fondata sulla libertà di insegnamento, e dunque è ben diversa da una scuola “di tendenza”, che su un “orientamento” educativo fonda la sua identità. Far parte di un servizio pubblico, non comporta che la scuola divenga pubblica.

Strettamente congiunto è il problema della distribuzione complessiva fra scuole statali, comunali e private. Nelle realtà locali in cui le comunali sono la fetta più ampia ( con il suo 60 % il Comune di Bologna è in Italia il più impegnato, seguono Milano, Pistoia e Trieste; ben sopra la media regionale del 35% e nazionale del 15%), le finanze comunali incassano contestualmente sia il costante diniego dello Stato di aumentare i posti statali a spese dello stato (o almeno di statalizzare una parte dei posti comunali, liberando indirettamente risorse locali) sia la pressione di aumentare i posti privati

Dunque: nessun punto fermo è consentito. Anzi!

La sfida del referendum consultivo promosso dal “Comitato articolo 33″ è proprio questa: la parola diretta dei cittadini potrebbe fornire una indicazione nuova, aggiuntiva, capace anche di scavalcare i dati del passato (normativi ed economici). A Bologna, dove il sistema è nato, il responso dei cittadini potrebbe costituire la base per ribaltare quello che si vorrebbe pretendere consolidato e intoccabile. Forse è per questo che il referendum – benché solo consultivo – è apertamente osteggiato da alcuni e digerito a denti stretti da altri, quelli che alla partecipazione democratica sono adusi affidarsi soltanto se eterodiretta.

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