La parola equivoca

[articolo di Giancarla Codrignani per Repubblica]

Eccola che torna la parola intrigante bene o male introdotta nel titolo V della Costituzione! Dice il nuovo art.120 che “quando lo richiedano la tutela dell’unità giuridica o dell’unità economica e in particolare la tutela dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali”, la legge garantisce che “i poteri sostitutivi siano esercitati nel rispetto del principio di sussidiarietà“. Anche nel 1999 il termine suscitò discussioni e non mancarono gli avvertimenti: infatti, in mancanza di chiare definizioni giuridiche, sussidiarietà può significare che il privato fa quello che lo stato – essendo i bisogni umani pressoché illimitati – non riesce a fare, oppure che lo stato si limita a ciò che non riescono a fare i privati. Già allora parte della sinistra, quella che disperava di poter riformare il modello mercatista globalizzato e non più controllabile dagli stati, prefigurava la seconda possibilità. Peccato che abbia continuato a parlare a vuoto di riformismo, senza informare che era già in marcia la trasformazione del welfare in assistenzialismo.

Adesso, però, qualcuno dovrebbe spiegare perché i servizi dovrebbero costare meno se gestiti da un privato non necessariamente altruista e disinteressato: o abbiamo fallito sul controllo o andrà inevitabilmente a rischio la qualità. Per esemplificare, Gelmini ha dato ai bambini e alle bambine delle elementari classi di trenta bimbi (tra cui quattro magrebini, tre cinesi e altri otto di varia provenienza), con meno insegnanti, meno ore e meno tempo pieno, meno sostegno all’handicap e meno mediatori culturali: diciamo che ha risparmiato, ma come pagare il danno arrecato ai diritti dei singoli bimbi e del futuro del paese?

D’altra parte per esorcizzare la crisi non si debbono indorare le pillole: bisogna dire che, se non ci sono state politiche di prevenzione a livello internazionale quando il “sistema” induceva il pensionato a leggere Il sole 24ore perché aveva investito in azioni la liquidazione, oggi gli stati sono in difficoltà perché nemmeno i “poteri forti” trovano soluzioni al proprio controllo finanziario. Tutti i nostri paesi sono in difficoltà (anche per responsabilità di una politica che non ha fatto sentire forte il “bisogno di Europa”); ma in particolare l’Italia che si ritrova con un debito imponente e un governo incapace e corrotto, non più accetto a livello internazionale.

Allora occorre non solo controllare la qualità della sussidiarietà, ma cercare di mantenere – almeno nella mente – il rispetto dei diritti. Se nel mitico ’68 volevamo tutto e subito, abbiamo avuto molto. Adesso non possiamo solo perdere. Diceva Zagrebelsky a Milano “non chiediamo niente per noi, ma molto per tutti”, monito che va pensato perché tutt’altro che semplice e tanto meno semplicistico.

Trovo anche le polemiche nei confronti della chiesa prive di costruttività. Il Rapporto 2010 della Caritas a proposito di “povertà ed esclusione sociale” si intitola “In caduta libera“: anche chi ha avuto attenzione più per l’assistenza che per i diritti (o per i “segni dei tempi” del Vaticano II) comprende la gravità della crisi. Così le istituzioni elettive laiche, ridotte al palo, non possono contrapporsi a nessuno neppure volendo, mentre il privato si sta diversificando a suo talento, pronto alle convenzioni.

Saremo solidali (cioè non egoisti)? Ricorreremo al volontariato? Anche questa è parola di non facile interpretazione: diceva mons. Giovanni Nervo, già direttore della Caritas nazionale che non può assolutamente voler dire “terzo settore”, “no profit” (magari con qualche profit dietro), impiego di precariato. Alle forti aggregazioni sociali emiliane e alle loro esperienze volontaristiche di gratuità è mancata la politica di preveggenza del graduale peggioramento dei rapporti solidali, comprendendo nei rapporti “dal basso” il controllo sugli interventi istituzionali finalizzati ai servizi sociali. Oggi il sindaco di Budrio fa bene a ospitare a spese proprie una delegazione straniera; altrettanto bene (anche se un po’ meno) fa il genitore che porta la carta igienica alla scuola e, forse, anche i nonni che accudiscono il nipotino a cui vien tolto l’asilo (che sarebbe scuola, non custodia) per il costo della retta; ma se le macchine della polizia non hanno più benzina per la sicurezza?

A Barletta abbiamo “scoperto” che si muore per meno di quattro euro l’ora. A Bologna giovani laureati prestano servizio in istituzioni museali a tre euro. Perfino Confindustria sente la sfida di un’economia che non può privilegiare le ragioni dell’impresa senza quelle del lavoro. Con il solo assistenzialismo non si va da nessuna parte. Infatti, proprio nel tempo dell’esasperazione, dobbiamo, noi cittadini non sudditi, restituire alla politica la dignità e il senso che le compete, soprattutto quando “l’arte del possibile” diventa così difficile e coinvolge non solo la funzione della rappresentanza in un Parlamento silenziato, ma la nuda vita di tutti.

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