Il Comune e i fondi alle private

[articolo di Nadia Urbinati per Repubblica (estratto)]

L´articolo 33 della nostra Costituzione è molto chiaro nell’attribuire le risorse pubbliche alle scuole pubbliche: “Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”.
Per aggirare l´articolo, chi ha proposto e difeso negli anni il sostegno finanziario pubblico alle scuole private ha usato inizialmente l´argomento della libera scelta: chi vuole mandare i figli a una scuola di tendenza religiosa ha diritto di farlo e – ecco il salto logico che la Costituzione non consente! – il pubblico deve sostenerlo per rendere quella libera scelta effettiva. Ma non è chi non veda che la libera scelta di non mandare i figli alla scuola pubblica non può essere sostenuta con le risorse pubbliche. Se libera scelta è. A questo argomento nel corso degli ultimi anni se n´è aggiunto un altro, economico: i tagli del governo centrale agli enti locali non consentono di aumentare i posti di scuola dell´infanzia, benché di essi ci sia bisogno a causa dell’aumento demografico; quindi (ecco l´argomento del bisogno) risulta essere meno costoso per un comune dare contributi alle scuole private che creare nuovi posti pubblici (nella specie comunali). Chi sostiene l´argomento del bisogno sembra non rendersi conto che la scuola pubblica (e la scuola dell’infanzia è “scuola”!) è diversa da quella privata: essa ha l´obbligo costituzionale di essere pluralista, e non è sostituibile da una scuola cattolica o di una qualsiasi altra religione. Non si può pensare di aggirare l´ostacolo della scarsità di posti nella scuola pubblica dando ai genitori indicazione di far domanda per mandare i propri figli in una scuola privata considerandola “come se” fosse pubblica. L’uso del linguaggio è importante e il Ministro Gelmini è stata bravissima a far passare come “pubblica” la scuola privata per il fatto che essa svolge una funzione per il pubblico come l´educazione. Ora, pare che questo uso stravolgente del linguaggio abbia avuto successo se si pensa di usare il servizio delle scuole private a orientamento cattolico per sopperire a una carenza del pubblico. I soldi pubblici non rendono pubblica una scuola che è privata; invece, e questa è la beffa, contribuiscono a privatizzare il servizio educativo. Né sembra giustificabile invocare il principio di concorrenza tra pubblico e privato, come ha fatto recentemente su questo giornale Elisabetta Gualmini, perché la concorrenza esclude per principio il contributo del pubblico.
Nel 1950, uno dei padri fondatori della nostra Costituzione, Piero Calamandrei, spiegava le astuzie e le strategie che potevano essere usate per distruggere la scuola della Repubblica. Le sue parole sembrano scritte ora: “L´operazione si fa in tre modi: (1) rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. (2) Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. (3) Dare alle scuole private denaro pubblico…. Ques’ultimo è il metodo più pericoloso. È la fase più pericolosa di tutta l´operazione…. Denaro di tutti i cittadini, di tutti i contribuenti, di tutti i credenti nelle diverse religioni, di tutti gli appartenenti ai diversi partiti, che invece viene destinato ad alimentare le scuole di una sola religione, di una sola setta, di un solo partito”. A queste ragioni, che sono le ragioni di una democrazia pluralista, la politica del Comune di Bologna dovrebbe ispirarsi.

Articolo completo:

http://referendum.articolo33.org/2011/06/il-comune-e-i-fondi-alle-private/

  • Print
  • email
  • Facebook
  • Twitter
  • LinkedIn

Category: News  |  Tags: