13. Diario con la Storia #2



Come ogni lunedì, il Comitato referendario vi accompagna nell’inizio di settimana con la rubrica settimanale Diario di scuola. Con il Diario vogliamo far circolare informazioni e anche raccontare le ragioni della nostra battaglia attraverso le voci dei protagonisti.

Riprendiamo oggi il filo del passato da dove l’avevamo lasciato con la prima parte del Diario con la Storia. Ecco la seconda parte del diario storico a quattro mani, dove si mettono insieme felicemente il percorso di ricerca civile e la coscienza dello storico, per dare spazio alla nostra storia collettiva. E per non dimenticare ciò che è stato: il percorso difficile e ancora non definitivo di estensione del diritto alla pubblica istruzione. Leggerete una introduzione dello storico Mauro Maggiorani, che ringraziamo per la disponibilità e per il sostegno all’iniziativa referendaria. E la scheda storica preparata dalla nostra Angela Attianese, promotrice e volontaria impegnata al fianco di art.33 per il referendum.

Vi ricordiamo che oltre a leggere il Diario, potete anche ascoltarlo: il diario va in radio grazie a Radio Città Fujiko. Potete ascoltarlo ogni lunedì alle 18,30 nel corso di Fujiko Focus On, e a partire dal pomeriggio anche sul sito della radio al link Clicca per l’AUDIODIARIO.

INTRODUZIONE
di Mauro Maggiorani

La seconda parte del percorso sulla storia della scuola realizzato da Angela Attianese ci apre al secondo dopoguerra. E’ la storia dell’Italia repubblicana, un paese finalmente restituito alla democrazia e che si fonda su una Carta costituzionale ancora modernissima, a dispetto dei 65 anni d’età che ricorreranno il prossimo gennaio.
In tema di istruzione e formazione del cittadino il punto di vista dei costituenti appare chiarissimo; d’altro canto, per le forze politiche uscite dall’esperienza del fascismo il diritto all’istruzione non poteva che essere un tema centrale, strumento imprescindibile per garantire una cittadinanza piena e consapevole. Già nei Principi fondamentali la Costituzione richiama il compito fondamentale della Repubblica di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese“ (articolo 3); e all’articolo 9 proclama che l’Italia “promuove lo sviluppo della cultura“. Si incontrano poi gli articoli 30, 33, 34 e 38 della prima parte, dedicata ai “Diritti e doveri dei cittadini“, in cui si affronta nel dettaglio il tema dell’istruzione.
L’Italia del dopoguerra ha un grande bisogno di educare, oltre che di rieducare dalla cultura fascista. Nel 1945 gli italiani che non sono in grado né di leggere né di scrivere sono più del 13%; un dato eloquente. E se il fascismo aveva già operato per ridurre il ritardo (non dimentichiamo che nel 1920 il tasso di analfabetismo superava il 35%), spetterà all’Italia democratica colmare il gap con il resto d’Europa e operare affinché, anche in questo delicato settore, il paese non sia spaccato in due. Un ventennio più tardi, anche in ragione della riforma della scuola messa in atto dal primo centro-sinistra (1962, creazione della scuola media unica obbligatoria e gratuita), il tasso scenderà a circa il 5% per giungere, a fine secolo, a toccare la soglia dell’uno per cento.
Il cambiamento dei costumi che accompagna la modernizzazione economica e l’affermarsi del consumismo negli anni Cinquanta e Sessanta, si riflette inevitabilmente in tutti gli ambienti di vita: il mondo giovanile, che di questi mutamenti è spesso l’avanguardia, li vive e mette in opera all’interno degli spazi scolastici.
Via via gli slogan si radicalizzano incitando a una scuola gratuita e per tutti. Le contestazioni si accumulano sino a produrre un “lungo ’68”, prima americano, poi europeo e italiano, in cui il mondo studentesco e giovanile mostra di rifiutare (per la prima volta) l’american way of life, il sistema economico-sociale mediato dal consumo, la stessa cultura di massa. Sull’onda di un ribellismo che è politico ma anche culturale (cinema e musica vi partecipano attivamente) si perseguono obiettivi pacifisti ed egalitari; gli studenti italiani chiedono, tra l’altro, che l’università si apra ai cambiamenti del mondo e cessi di essere l’espressione del ceto medio borghese. Con la riforma del Ministro Sullo, di lì a poco, verranno in effetti liberalizzati gli sbocchi universitari, togliendo al Liceo classico il diritto di rappresentare l’unico accesso alla formazione alta, fabbrica delle classi dirigenti del paese.
Gli anni Settanta trasferiscono sulla società italiana molte conquiste del ’68: dal diritto di famiglia al diritto del lavoro, alla stessa riorganizzazione dello Stato; nasce la scuola a tempo pieno (conseguenza dell’emancipazione femminile e, dunque, della tendenziale scomparsa della figura della moglie-madre-casalinga), nascono i decreti delegati per portare la società civile dentro le mura scolastiche, si introduce l’idea dell’integrazione e del sostegno agli alunni in situazione di handicap.
Nel ventennio successivo tali riforme verranno attuate, sperimentate, modificate, e in taluni casi anche cancellate.
Quindi il vento di rinnovamento che segna gli anni Settanta si placa sino a scomparire nell’ultima parte del secolo. I movimenti studenteschi, dopo il ’77, sono da un decennio all’altro sempre più pallidi e incapaci di determinare svolte effettive.
La scuola resiste, anche oggi; ultima trincea difesa da armate sempre più deboli.

SCHEDA STORICA
di Angela Attianese

Un po’ di storia per non dimenticare. Un referendum, per indietro non tornare.
Alcune tappe significative.

1948– Entra in vigore la Costituzione della Repubblica italiana.
Tutti i partiti componenti l’Assemblea Costituente democratica considerano l’istruzione la strada maestra per defascistizzare il Paese e da cui ripartire per fare gli italiani. Si sancisce il diritto per tutti all’istruzione, e l’obbligo per le istituzioni di garantire la scuola, per 8 anni, da 6 a 14 anni. Una scuola aperta a tutti, senza nessuna disciminazione, e gratuita.
Ben quattro articoli importanti riguardano l’ istruzione: gli art. 30, 33, 34, 38, che fissano i principi secondo i quali deve orientarsi l’attività legislativa, come la libertà di insegnamento, il dovere dello Stato di assicurare una rete di istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado aperte a tutti senza distinzioni, il diritto delle università, accademie e istituzioni di alta cultura di darsi ordinamenti autonomi, il diritto dei privati di istituire scuole e istituti di educazione ma senza oneri per lo Stato, il diritto-dovere dei genitori di istruire ed educare i figli, anche se nati fuori dal matrimonio, il diritto dei capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi economici, di raggiungere i gradi più alti degli studi, mediante adeguate provvidenze, il diritto all’educazione e all’avviamento professionale degli inabili e dei minorati. Tutti princìpi difficili da realizzare in un Paese in cui il 75% della richezza è al nord, nonostante la riforma agraria e l’ istituzione della cassa per il Mezzogiorno, e inoltre vi sono analfabetismo post bellico, assenza di aule e di insegnanti, abbandono scolastico.

1950– 11 febbraio: la data del celebre discorso del padre costituente Piero Calamandrei a difesa della scuola della Repubblica.

1951– il ministro Guido Gonella istituisce una commissione nazionale con il compito di riformare la scuola.

1954 –La televisione, monopolio dello Stato, contribuisce a diffondere nuovi modelli culturali. La maggior parte della popolazione non sa leggere e scrivere, è alta la diffusione dei dialetti, perciò si può dire che la televisione affianca la scuola, anzi diventerà scuola nelle zone più disagiate dove è ancora assente. Arriverà infatti la Telescuola: il Ministero della Pubblica Istruzione utilizza la televisione per supplire alle carenze del sistema scolastico. Si offre un “corso sostitutivo” a tutti coloro che sono stati costretti a interrompere gli studi dopo la quinta classe elementare per mancanza di scuole secondarie nei luoghi di residenza, con l’invio degli elaborati a una commissione per conseguire l’esame, diplomarsi e completare il ciclo di istruzione obbligatorio. Vengono istituiti 1.626 posti di ascolto di Telescuola (PAT), in cui un coordinatore segue e supporta lo svolgimento delle lezioni via etere. Nel 1960 “Non è mai troppo tardi”, trasmissione televisiva, curata dal maestro e pedagogo Alberto Manzi, si affianca a Telescuola, per l’ alfabetizzazione degli adulti: la trasmissione durerà sino al 1968.

1955– Riforma Ermini: nuovi programmi per la scuola elementare, che nonostante i dettami costituzionali sono maggiormente ispirati al cattolicesimo, senza raccogliere la spinta al cambiamento. Nel 1957 il nuovo ordinamento didattico della scuola elementare sostituirà poi i gradi inferiore e superiore con i cicli didattici.
Censimenti: Un censimento del 1958 rivela inoltre che prevale l’insegnamento femminile, con bassi stipendi, di poco superiori a quelli degli operai. Un censimento del 1961 riporta un Paese in cui 4000 tra i 10 e 14 anni non frequentano la scuola dell’obbligo gratuita, ma lavorano. 1 cittadino su 4 ha una minima conoscenza dell’ alfabeto.

1962 – Dal primo governo di centro-sinistra viene approvata la riforma della scuola, una delle più importanti nel dopoguerra, che dà attuazione all’ art. 34 della Costituzione. La scuola è finalmente uguale per tutti, perchè si realizza l’obbligo scolastico, con l’ abolizione della scuola di avviamento al lavoro e la creazione di una scuola media unica obbligatoria e gratuita, che permette l’accesso a tutte le scuole superiori con la possibilità facoltativa di accedere al ginnasio-liceo studiando il latino nella terza classe. L’obiettivo è quello di evitare che la scelta del proprio destino lavorativo e sociale avvenga alla fine della quinta elementare. Sono però previste delle classi differenziali, nelle quali inserire gli alunni con problemi di apprendimento e predisporre percorsi specifici. Nello stesso periodo vengono aumentate in Italia le classi miste maschili e femminili, che progressivamente sostituiranno le classi composte esclusivamente da allievi dello stesso genere.
Le riforme scolastiche degli anni Sessanta permettono l’istruzione di massa, ma in Italia la scuola non è ancora uguale per tutti: mancano ancora aule, libri di testo, corsi di aggiornamento per gli insegnanti. Gli iscritti alle Università raddoppiano nel giro di un quinquennio e le strutture risultano inadeguate. Quasi la metà degli iscritti non raggiunge la laurea e spesso a rinunciare sono i figli delle famiglie meno abbienti, contravvenendo al diritto allo studio per tutti.

1965– Contestazione. Nasce il termine, varie componenti della società civile contestano il persistere di privilegi, impedimenti e disuguaglianze. Rivendicano il riconoscimento di diritti di fatto negati per un necessario rinnovamento democratico. In ambito scolastico, apre agli studenti le biblioteche riservate dei professori, aumenta gli aiuti economici e le borse di studio per spese scolastiche alle famiglie con basso reddito, e afferma una novità, l’assemblea d’istituto.

1967– Don Lorenzo Milani, un prete cattolico, pubblica “Lettera a una professoressa”, nel quale denuncia i pregiudizi di classe del sistema educativo italiano. Nel libro, gli studenti della scuola di Barbiana di Vicchio del Mugello, vicino Firenze, pongono al centro della riflessione la questione del diritto allo studio di tutti e di come le disuguaglianze economiche e sociali incidano nel percorso di vita di un futuro cittadino, molto di più delle disuguaglianze naturali.

1968– Legge 444: viene istituita la Scuola materna con organizzazione statale, che pur non essendo una scuola a frequenza obbligatoria, ha una sua precisa identità educativa. Il diritto allo studio comincia a 3 anni. Nello stesso anno il ministro Sullo concede il diritto di assemblea agli studenti, in orario scolastico per gli istituti superiori, per discutere le proprie istanze e decidere in merito.

1969 – Vengono emanati gli Orientamenti per la scuola materna, che la uniformano a livello nazionale. La Riforma Sullo, interviene, piuttosto che con una rimessa in discussione dell’intero impianto scolastico, con alcuni provvedimenti settoriali in parte rimasti tuttora in vigore. Citiamo ad esempio: la possibilità di adottare piani di studio individuali all’Università; la modifica deglle modalità di svolgimento degli esami di maturità; la liberalizzazione degli sbocchi universitari: mentre prima solo il Liceo Classivo apriva a qualunque facoltà universitaria, ora questo accesso era ammesso agli studenti provenienti da qualsiasi tipo di scuola.

1971– legge 820. Nasce la scuola a tempo pieno come risposta ai bisogni sociali ma destinato a diventare un laboratorio di innovazione in virtù dei tempi distesi per l’apprendimento e per lo spazio curricolare che si apre per i nuovi saperi.

1974 – Il Ministero della Pubblica istruzione tenta di democratizzare il sistema scolastico approvando i decreti delegati che introducono organi elettivi, seppur con potere solo consultivo e non operativo, per dare rappresentanza a docenti, genitori e studenti. I DD inaugurano anche le inadempienze governative riguardo agli insegnanti (aumento degli orari di servizio e non approvazione del decreto delegato economico).

1977– La legge 517 di riforma prevede che il dopo scuola sia a carico dello Stato e non più dei Patronati scolastici. (I Patronati, accantonati durante il fascismo e ripresi nel secondo dopoguerra, furono caratterizzati da cattiva gestione e clientelismo, con il solito sperpero di denaro pubblico, e vennero soppressi definitivamente solo nel luglio con DPR N°616).
Vengono inoltre soppresse le classi differenziali, introducendo il principio dell’integrazione e consentendo a tutti gli alunni in situazione di handicap di accedere alle scuole elementari e alle scuole medie inferiori con il supporto di insegnanti di sostegno specializzati.

1979 – Si può ormai affermare che la scuola media sia diventata il secondo ciclo della scuola di base. I mutamenti della secondaria superiore sono soprattutto legati a sviluppi quantitativi che ne hanno radicalmente trasformato il ruolo sociale, come il rilevantissimo incremento della istruzione secondaria tecnica che è divenuta il canale quantitativamente più importante e la fine della diseguaglianza legata al genere.
Anni Ottanta: la scuola subisce un nuovo cambiamento nella propria composizione: cominciano ad aumentare le iscrizioni di alunni stranieri. Nel 1984 sono più di 6 mila, vent’anni dopo saranno 200 mila. I nuovi iscritti provengono da diversi Paesi, come l’Albania, il Marocco, i paesi della ex-Jugoslavia, la Romania, l’Ecuador, la Cina, le Filippine. La sempre maggiore presenza di minori stranieri nelle scuole italiane implica la necessità per il sistema scolastico italiano di aprirsi alle esigenze di una scuola sempre più multiculturale e di contribuire a una piena integrazione degli alunni stranieri e delle loro famiglie nella nostra società.
Il sistema scolastico italiano ha scelto la via dell’integrazione, non separando i bambini stranieri dal resto della classe. Questa scelta necessita di ore di insegnamento extra per gli alunni stranieri e di un potenziamento della lingua italiana. La sfida apertasi per la scuola italiana è, come nel dopoguerra, quella di alfabetizzare i propri allievi.

1991– Dagli Orientamenti viene introdotta la denominazione “Scuola dell’infanzia” in sostituzione della dicitura “scuola materna”, ritenuta più rispondente alla evoluzione che caratterizza l’istituzione allo stato attuale. La Scuola dell’infanzia, della durata di 3 anni come già nei precedenti ordinamenti, è inserita a pieno titolo nel sistema educativo.

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