18. Diario globale



Come ogni lunedì, il Comitato referendario vi accompagna nell’inizio di settimana con la rubrica settimanale Diario di scuola. Con il Diario vogliamo far circolare informazioni e anche raccontare le ragioni della nostra battaglia attraverso le voci dei protagonisti. Oltre a leggere il Diario, potete anche ascoltarlo in radio grazie a Radio Città Fujiko ogni lunedì alle 18,30 nel corso di Fujiko Focus On, e a partire dal pomeriggio anche sul sito della radio al link Clicca per l’AUDIODIARIO.

Oggi ci presta il suo diario Giuseppe Curcio, che commenta e documenta la tendenza alla privatizzazione dell’istruzione (e non solo) in un viaggio da Bologna al Brasile. Come si arriva a nazionalizzare le perdite e a privatizzare i profitti? Ne parla Giuseppe, concludendo che il referendum di Articolo 33 è una strada da imboccare senza esitazione per difendere e rilanciare la scuola di tutti.

Caro diario,
ricordo come fosse ieri che, ai tempi dell’Università, il docente di Storia dell’Industria era solito ripetere che il nostro Paese era caratterizzato da un continuo succedersi di interventi di nazionalizzazione delle perdite e di privatizzazione dei profitti.
E queste parole mi ritornano alla mente sempre più in questi ultimi tempi in cui assistiamo a nuove forme di espressione di tale fenomeno. Le strategie sono forse più raffinate, ma la sostanza è sempre la stessa. E se un tempo si adottavano tali sistemi soprattutto in tempi di vacche grasse, oggi si procede anche in tempi di magra, grazie alla spudoratezza di qualche politicante di turno con la complicità dei gruppi di pressione e l’assistenza di qualche tecnico che sa come imbrigliare il sistema piegandolo a tali interessi. Gli espedienti ed i grimaldelli per forzare il sistema sono molteplici.
Si prendano ad esempio la legge di stabilità o la spending review. Non sono altro che il cavallo di Troia inserito all’interno delle mura della contabilità pubblica, con la giustificazione apparente di voler risolvere i problemi di spreco di risorse pubbliche. Nella realtà però non fanno altro che ingessare il bilancio delle pubbliche amministrazioni, attraverso tagli alla spesa, e giustificare in modo subdolo il ricorso all’esternalizzazione di parte dei servizi ai privati, vista quasi come una soluzione naturale.
Nella scuola per esempio, il blocco delle assunzioni nel pubblico impiego da una parte e dall’altra il fatto che i fondi stanziati per le scuole private sono esclusi dal computo ai fini del patto di stabilità, hanno creato il presupposto per trasferire risorse ai privati. Infatti, all’interno di quello che viene chiamato “sistema integrato dell’istruzione” (che di integrato ha veramente ben poco) si realizza il paradosso per cui i Comuni tendono a lasciar chiuse alcune sezioni perché, anche se sono già “pronte per essere utilizzate”, alcuni amministratori locali sostengono di non poter procedere a nuove assunzioni per via della legge di stabilità. E quindi si crea il presupposto per avere il via libera all’erogazione di fondi alle scuole private, le quali però non sono in grado di assorbire la domanda in eccesso registrata nella scuola pubblica (nel 2012 oltre 300 bambini a Bologna rimasti esclusi dalla scuola dell’infanzia).
In realtà la legge di stabilità si limita a bloccare i nuovi concorsi per le assunzioni di insegnanti, ma non impedisce di attingere dalle graduatorie dove sono già inserite le centinaia di insegnanti sui quali si conta per le supplenze. Inoltre, non tutte le amministrazioni rispondono allo stesso modo: si veda ad esempio il caso del Comune di Napoli, che ha deciso di dare priorità alla scuola pubblica, scegliendo di tagliare altrove.
Il meccanismo che porta al trasferimento di titolarità e risorse dal pubblico al privato si svolge in genere come segue: come prima mossa si prevedono inizialmente procedure di accreditamento o convenzioni (o in alternativa si creano società miste) definite dal pubblico allo scopo di selezionare un numero ristretto di operatori privati, i quali in alcuni casi acquisiscono progressivamente sempre maggiori quote di titolarità del servizio in questione. Nel frattempo, al puro scopo di giustificare la graduale cessione di poteri e risorse nell’erogazione del servizio a realtà private, si tende ad aumentare artificiosamente la percezione della necessità dell’intervento dei privati, grazie anche alla svalutazione talvolta intenzionale del servizio offerto dall’amministrazione pubblica ed al disinvestimento operato attraverso i tagli alla spesa. Naturalmente si mostrerà che tali inefficienze e criticità non sono riconducibili alle responsabilità dirette della classe dirigente pubblica e delle scelte politiche, ma saranno indicate come conseguenza di “fattori esterni ed oggettivi”, quali ad esempio l’esigenza di tagli pubblici dettati da criteri previsti da accordi internazionali.
Tutto ciò anche in nome del principio della maggiore efficienza del privato rispetto al pubblico (tutta da dimostrare) e del principio di sussidiarietà in “salsa italiana” (nell’accezione cattolica sviluppatasi nel nostro Paese tale principio si basa sull’assistenzialismo, a differenza della concezione classica anglosassone che prevede invece che i privati svolgano il servizio basandosi solo sulle proprie risorse).
Tendenze simili si registrano anche in altri settori diversi dalla scuola, quali la sanità ed i servizi di pubblica utilità, e naturalmente anche in altri Paesi. Nell’era della globalizzazione l’accumulazione dei capitali privati deriva principalmente dalla finanza o dal drenaggio di risorse pubbliche. Con la crisi internazionale della finanza si è accentuato l’approvvigionamento dei privati alla fonte delle risorse pubbliche, veicolando politiche di rigore ed austerity con l’obiettivo di snellire artificiosamente i bilanci pubblici a favore di un settore privato finanziato dagli Stati con politiche che nulla hanno di veramente liberista.
Di conseguenza, il settore privato ha eroso sempre più spazi nella gestione diretta di alcuni servizi da parte dell’amministrazione pubblica. Se in alcuni settori ciò può avere una ragione condivisibile e può talvolta risultare benefico e auspicabile, in altri settori quali la scuola, la sanità e la gestione di beni comuni (acqua, energia, etc.) in primis, una tale situazione comporta rischi incalcolabili in termini di perdita di diritti fondamentali di cittadinanza, oltre che di dinamiche inflattive guidate dai profitti a tutto danno della collettività.
Lo scorso 4 gennaio su Rai 3 hanno trasmesso una puntata di “C’era una volta” dedicato ai disagi sociali del Brasile, nel quale si focalizzava l’attenzione sulla situazione della scuola (nel video dal minuto 15:08 al minuto 26:00) e della sanità, evidenziando le differenze tra settore pubblico e privato e le conseguenze sociali di alcune scelte governative. La formazione scolastica in Brasile è stata di fatto privatizzata. Se prima le scuole private rappresentavano il rifugio per ottenere una facile promozione a pagamento, adesso sono subentrate alla scuola pubblica perché quest’ultima è stata ridotta all’osso. Salari bassi ai docenti e carenza delle strutture scolastiche (biblioteche, servizi, mezzi ed attrezzature didattiche, materiali e persino acqua) e chiusure per scioperi sono solo alcuni aspetti del disagio. Tale situazione porta naturalmente a rallentare i meccanismi di mobilità sociale ampliando il divario tra fasce agiate e fasce marginali. Nel 1994 ho avuto la fortuna di trascorrere 1 mese in un campo lavoro in Brasile e se allora, all’esordio del Real come moneta, il divario fra ricchi e poveri era già notevole, adesso anche se la situazione del Paese è cambiata facendo entrare il Brasile nel gruppo di economie emergenti denominato BRICS (dalle iniziali di Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica), la sperequazione nell’accesso alle risorse ed ai servizi si è addirittura ampliata nonostante la maggiore ricchezza complessiva.
Ed anche in Italia la continua demolizione della scuola pubblica potrebbe comportare rischi per la mobilità sociale e la redistribuzione delle risorse, oltre che per la perdita dell’inestimabile patrimonio culturale e sociale garantito dalla scuola pubblica.
In qualsiasi delle ipotesi probabili per il governo del nostro Paese le prospettive per la scuola pubblica non sembrano rosee ed il processo di progressivo drenaggio di risorse pubbliche da destinare alle scuole private (paritarie e non) risulta apparentemente ineluttabile, proprio a causa di precise volontà politiche trasversali che assecondano determinati interessi.
In realtà i margini per tutelare il primato della scuola pubblica sono ancora tali da consentire la reversibilità di tale processo e le possibilità di recupero risiedono nel presidiare tutti quei momenti, tutti quegli spazi istituzionali e tutte quelle occasioni che si presentano per affermare la sua importanza nell’educazione, nella cultura e nella formazione dei giovani e dei giovanissimi italiani. Un ruolo, quello della scuola pubblica, che contribuisce in modo determinante a formare donne ed uomini con una coscienza critica, una mentalità aperta ed uno sviluppo della personalità capace di integrarsi all’interno di una società complessa come quella odierna, che sempre più richiede attenzione a relazionarsi col meraviglioso spettro di situazioni differenti che ci circondano.
Il referendum comunale del 26 maggio sui finanziamenti alle scuole dell’infanzia rappresenta una rara opportunità per difendere ciò che rimane della scuola pubblica…almeno una parte…almeno a Bologna!
E quindi il mio appello è diretto a ciascun cittadino di Bologna che leggerà queste righe:
Partecipa e diffondi la notizia del referendum per garantire la massima partecipazione possibile a questo importante appuntamento di democrazia… Grazie!

Giuseppe Curcio

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