27. Diario con pop corn #1



Come ogni lunedì, il Comitato referendario vi accompagna nell’inizio di settimana con la rubrica settimanale Diario di scuola. Con il Diario vogliamo far circolare informazioni e anche raccontare le ragioni della nostra battaglia attraverso le voci dei protagonisti. Oltre a leggere il Diario, potete anche ascoltarlo in radio grazie a Radio Città Fujiko ogni lunedì alle 18,30 nel corso di Fujiko Focus On, e a partire dal pomeriggio anche sul sito della radio al link Clicca per l’AUDIODIARIO.

Il tema della scuola pubblica coinvolge tanti aspetti della vita collettiva, e ci riguarda tutti. Ne è prova anche la frequenza con cui le riflessioni su scuola e democrazia contaminano la discussione pubblica in ogni suo ambito, persino sul versante cinematografico. Anche sul grande schermo, film e documentari ci raccontano la scuola, e dalla scuola prendono ispirazione. Con il “diario con pop corn” immaginiamo di sederci in platea e prendiamo spunto dalle suggestioni dello schermo per tuffarci con più profondità nella realtà. E per ricordarci, il 26 maggio, di fare un gesto fondamentale per rilanciare la scuola pubblica, la scuola di tutti: votare A al referendum cittadino.

la_febbre_del_fare-3Caro diario,
proprio a Bologna, la città “madre” degli asili pubblici, la amministrazione comunale finanzia coi soldi di tutti le scuole private paritarie dell’infanzia, scuole con un progetto educativo di parte, scuole a pagamento e che ricevono già fondi pubblici anche dallo Stato e dalla Regione. Questo mentre la scuola pubblica è in grave difficoltà e avrebbe bisogno di investimenti, di una prospettiva di rilancio. La realtà attuale – che ci consegna quest’anno in città centinaia di bambini esclusi dalla scuola pubblica dell’infanzia, la scuola di tutti – stride con la storia della nostra città.
Nel Diario con la Storia abbiamo percorso insieme la storia della scuola pubblica in Italia, osservando come sia stato lungo e difficile il percorso di estensione del diritto alla pubblica istruzione nel nostro Paese. Soltanto nel 1991, come ci hanno raccontato Angela e Mauro nei due diari storici, la scuola dell’infanzia entra a pieno titolo nel sistema educativo. E’ scuola a tutti gli effetti: non è obbligatorio frequentarla, ma è obbligatorio per la Repubblica garantirla. Proprio Bologna, la città che a metà degli anni Novanta ha iniziato (prima ancora che venisse approvata la Legge 62/2000, legge Berlinguer o “di parità”) a finanziare le scuole private dell’infanzia, era stata anche la città che per prima aveva colto e promosso il valore della scuola dell’infanzia, oltre al compito per l’amministrazione di garantire la scuola pubblica a tutte le bambine e i bambini.
Anche il grande schermo ci racconta la Bologna che fu, la città che sin dalla ricostruzione ebbe un ruolo di avanguardia per ciò che riguarda servizi pubblici e diritti individuali e collettivi. Il documentario “La febbre del fare” (regia di Michele Mellara e Alessandro Rossi) ricostruisce con immagini d’archivio e interviste proprio la Bologna degli anni dal 1945 al 1977. Uscita nelle sale nel 2010, l’opera ripropone agli spettatori la storia di una città in cui davvero “non si perde nessun bambino”. E’ possibile su youtube recuperare alcuni stralci del documentario che riguardano proprio gli asili pubblici a Bologna.
In un primo frammento, possiamo ascoltare un’intervista ad Adriana Lodi, che ripercorre il ruolo di avanguardia che ebbe l’amministrazione comunale bolognese nel campo dei servizi pubblici e degli asili nido.

Un altro frammento interessante del documentario, e che fa riflettere anche sul tema della scuola pubblica, è quello in cui Luce Dozza, la figlia del sindaco Giuseppe Dozza, dialoga con il padre. Dozza è il sindaco della ricostruzione, primo cittadino dalla fine della guerra alla metà degli anni Sessanta. Proprio lui fa della città un modello di buona amministrazione nel mondo, oltre a renderla invidiabile per i suoi servizi, paragonabili a quelli delle socialdemocrazie scandinave. Sua figlia, nel frammento proposto da La febbre del fare, in modo intimo e personale lascia intendere anche il valore che la scuola pubblica e l’istruzione di tutti, per tutti, avevano allora. Erano una condizione per l’emancipazione della persona e della collettività. E scuola pubblica, allora come oggi, significava opportunità per il figlio dell’operaio di avere un futuro diverso da quello del padre, magari migliore, grazie proprio all’istruzione. Istruzione pubblica significava e significa, infatti, anche sbloccare l’ascensore sociale.

A Bologna negli anni di Giuseppe Dozza “il cambiamento pare davvero dietro l’angolo”, come racconta Luce. Proprio grazie all’esperienza avanzata di Bologna, in tutto il Paese nasce e si diffonde la scuola materna statale, oggi scuola dell’infanzia. Nel 2013, nella città che fu all’avanguardia per la scuola pubblica, molte crepe nei muri lasciano intendere che tante cose sono cambiate. I bimbi esclusi dalla scuola pubblica, i finanziamenti comunali alle scuole private (che hanno un progetto educativo di parte, nel 99% dei casi confessionale cattolico, e in cui si pagano rette anche salate), la mancanza di seri investimenti nella scuola pubblica fanno riflettere sul filo tra passato e futuro. Un filo che rischia di incepparsi proprio nel presente.
Eppure grazie al referendum Bologna può tornare ad avere un ruolo di apripista e di eccellenza. Può, dal basso e grazie ai cittadini. Il 26 maggio dalle 8 alle 22 i bolognesi potranno votare al referendum, che si sono conquistati con le loro firme: in tantissimi hanno firmato perché questa occasione di partecipazione potesse avere luogo. Ora bisogna andare in tanti a votare. E scegliere l’opzione A, chiedere cioè che i soldi di tutti vadano alla scuola di tutti, quella comunale e statale, invece che alle scuole di parte, quelle private. Possiamo insieme scegliere di rilanciare la scuola pubblica, e far sì che il diritto alla pubblica istruzione non venga mai più negato a nessuna bambina e bambino a Bologna. Cominciando, anche stavolta, da Bologna, per aprire la strada a tanti altri anche fuori dalle mura della città…

Francesca De Benedetti

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