29. Diario dei veri deliri



Come ogni lunedì, il Comitato referendario vi accompagna nell’inizio di settimana con la rubrica settimanale Diario di scuola. Con il Diario vogliamo far circolare informazioni e anche raccontare le ragioni della nostra battaglia attraverso le voci dei protagonisti. Oltre a leggere il Diario, potete anche ascoltarlo in radio grazie a Radio Città Fujiko ogni lunedì alle 18,30 nel corso di Fujiko Focus On, e a partire dal pomeriggio anche sul sito della radio al link Clicca per l’AUDIODIARIO.

Oggi ci presta il suo diario Roberto Grendene, padre di due figli, rappresentante di classe alla scuola media, già rappresentante di classe alla scuola dell’infanzia e già membro di consiglio di istituto. Roberto sostiene la A al referendum ed è anche portavoce del Circolo Uaar di Bologna, una delle organizzazione promotrici del Comitato Articolo 33. In questo suo diario, riprendendo la dichiarazione del sindaco Merola per cui il referendum “è un delirio”, Roberto ci racconta cosa secondo lui è veramente delirante, e conclude con una proposta, oltre che con un invito: VotiAmo scuolA pubblicA!

foto robertoCaro diario,
il sindaco Virginio Merola ha definito «un delirio» il referendum che il 26 maggio chiamerà i cittadini bolognesi a esprimersi sui finanziamenti comunali alle scuole private paritarie in quanto «per parlare di un milione di euro di soldi pubblici che vanno alle scuole materne private se ne fanno spendere 500.000». Un attacco gratuito all’istituto democratico del referendum e ai 13.000 cittadini bolognesi che l’hanno sostenuto. E pure una certa dose di maleducazione. Vorrei però lasciare da parte l’arroganza di chi vorrebbe governare senza confrontarsi con gli elettori e andare a dire la mia su una serie di situazioni, quelle sì, davvero deliranti.

Delirante è rispondere «non c’è più posto» alle famiglie che vogliono iscrivere i figli alla scuola statale o comunale (dunque pubblica, laica e gratuita), in quanto la loro richiesta è un diritto costituzionale.
Delirante è l’unica alternativa concreta che si offre loro, ossia l’iscrizione a scuole private cattoliche alle quali il Comune versa oltre un milione di euro l’anno per precisa scelta politica, non essendo obbligato da alcuna legge.

Ecco, caro diario, la questione fondamentale penso che sia quella delle precise scelte politiche e ideologiche che l’asse PD-PDL-Curia vuole imporci.
Non mi soffermo sul delirio ideologico di tramutare in “scuola pubblica” la scuola privata, che in Italia è quella cattolica: un imbroglio lessicale rimane un imbroglio lessicale anche se introdotto per legge (precisamente la legge 62/2000 sulla parità scolastica, voluta dall’allora premier Massimo D’Alema e dal ministro dell’istruzione Luigi Berlinguer). Voglio invece soffermarmi sui finanziamenti pubblici che potrebbero essere utilizzati per la scuola pubblica e che invece sono distratti per ragioni ideologico-religiose.

Una situazione delirante di cui pochi sono a conoscenza sono gli oneri di urbanizzazione secondaria che il Comune di Bologna versa ogni anno per l’edilizia di culto. Circa 500.000 euro passano ogni anno dalle casse comunali a quelle della Curia. Curiosamente la stessa cifra che costerà il referendum del 26 maggio (ma in quest’ultimo caso sarebbe una spesa una-tantum).
Con il Circolo Uaar di Bologna abbiamo effettuato una formale procedura di accesso agli atti, recuperando i dati finora disponibili. Li riporto di seguito, con la precisazione che le somme erogate vanno per l’85% alla Curia Arcivescovile, mentre il 15% è spartito tra confessioni religiose di minoranza.
Anno Erogazione comunale per edilizia di culto
2000 522.138
2001 600.123
2002 679.242
2003 736.790
2004 798.970
2005 786.652
2006 567.431
2007 539.731
2008 366.303
2009 344.154
2010 379.731
Totale 6.321.265 (11 anni), media annua 574.660

Nello stesso capitolo di spesa degli oneri di urbanizzazione secondaria, la voce “chiese e gli altri edifici per servizi religiosi” pesa per il 7% mentre alla voce delle scuole materne assieme a quella degli asili nido è assegnato solo un misero 10%. La delibera regionale 849/1998, che prevede questa “decima” per le chiese, lascia espressamente ai comuni la possibilità di variare le percentuali con una semplice deliberazione del Consiglio comunale.
È delirante che nel terzo millennio il Comune di Bologna perseveri nel sussidiare con 500.000 euro l’anno una Curia milionaria e già lautamente finanziata dallo Stato, mentre potrebbe con una semplice deliberazione del Consiglio destinare quei fondi alle proprie scuole dell’infanzia. Il Circolo Uaar di Bologna ha chiesto con una petizione ai sensi dello statuto comunale che questo andazzo medievale cessi, ma l’Amministrazione insiste in questa scelta ideologica clericale.

Un’altra situazione delirante poco nota è la spesa pubblica che il Comune di Bologna sostiene per gli insegnanti di religione cattolica nelle proprie scuole comunali. Difficile quantificare tale spesa, con il Circolo Uaar di Bologna abbiamo fatto un accesso agli atti e siamo in attesa di risposte, ma è ragionevole pensare che le cifre in ballo siano dell’ordine di centinaia di migliaia di euro.
È delirante che a bambini dai 3 ai 5 anni di età, all’interno di una scuola che dovrebbe essere laica, venga impartito un insegnamento religioso «in conformità della dottrina della Chiesa» (come recita il Concordato) da insegnanti scelti dal vescovo ma pagati con fondi pubblici. Fondi pubblici che il Comune di Bologna eroga per l’insegnamento della “Educazione Religiosa Cattolica” (queste le parole che l’amministrazione comunale usa nella propria modulistica), ossia per lo stesso “progetto educativo” imposto nelle scuole private paritarie che finanzia con oltre un milione di euro l’anno.

Ci sarebbero altre situazioni deliranti su cui riflettere, come l’IMU che le scuole private paritarie non versano al Comune di Bologna sebbene abbiamo un innegabile giro d’affari, visto che incassano rette mensili che raggiungono anche cifre considerevoli.

Ma, caro diario, a fronte di tante situazioni deliranti, vorrei concludere con una proposta.
La scuola privata è garantita dalla Costituzione, e sono pronto a battermi in sua difesa contro chi volesse bandirla. Sia chiaro, mai incontrato nessuno che lo voglia fare, tanto meno nel Comitato Articolo 33 o nell’Uaar.
Ma la scuola privata deve avere sponsor privati. E nello specifico, la scuola religiosa deve attingere a soldi privati religiosi. Essendoci a Bologna una Curia super-milionaria, che come documentato da una inchiesta di Repubblica del 2010 possiede una “città nella città”, il problema del finanziamento pubblico alle scuole private cattoliche a Bologna semplicemente non sussiste. E non sto usando l’argomento dell’eredità Faac, che vede la Curia bolognese come possibile beneficiaria di cifre a nove zeri: basta quello che la Curia ha già per certo ora, basta il suo patrimonio immobiliare senza nemmeno indagare su quello finanziario (indagine impossibile, peraltro, e anche questa sarebbe una situazione delirante su cui discutere).
Caro diario, lo sponsor che vuole proporre il proprio modello educativo nelle scuole private paritarie bolognesi c’è già, ed è pieno di soldi (mentre il Comune non lo è affatto). La mia proposta è davvero semplice: votiamo tutti A al referendum del 26 maggio, mentre coloro che mal consigliati dall’asse PD-PDL-Curia hanno pensato di votare B si ravvedano, e si trovino tutti davanti ai cancelli di via Altabella per reclamare finanziamenti religiosi per le scuole religiose. Chissà, se mostrassero questa coerenza invece di proseguire nella scelta ideologica dei sussidi pubblici alla scuola privata, potrei unirmi a loro.

Roberto Grendene

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