31. Diario dalla Lombardia

Come ogni lunedì, il Comitato referendario vi accompagna nell’inizio di settimana con la rubrica settimanale Diario di scuola. Con il Diario vogliamo far circolare informazioni e anche raccontare le ragioni della nostra battaglia attraverso le voci dei protagonisti. Oltre a leggere il Diario, potete anche ascoltarlo in radio grazie a Radio Città Fujiko ogni lunedì alle 18,30 nel corso di Fujiko Focus On, e a partire dal pomeriggio anche sul sito della radio al link Clicca per l’AUDIODIARIO.

Dalla Lombardia due giovani donne, Ernesta e Lucia, scrivono un diario a quattro mani e ci raccontano perché “Bologna riguarda l’Italia” e quindi anche la Lombardia. “Se a Bologna i cittadini e le cittadine vinceranno questa grande battaglia di civiltà, richiamando il Comune ai suoi compiti istituzionali e difendendo i diritti delle famiglie e dei bambini, allora Bologna sarà ancora una volta un modello per il resto dell’Italia e altri comitati referendari potranno nascere per smantellare il sistema di finanziamento pubblico delle scuole private, in difesa della scuola pubblica statale bene di tutti”, raccontano Ernesta e Lucia. Dopo Stefania da Cernusco e Concetta da Bergamo, ancora una volta dalla Lombardia arriva tanta partecipazione ed entusiasmo per invertire la rotta della privatizzazione dell’istruzione, e votAre scuolA pubblicA al referendum!

ernestaERNESTA: Caro Diario, sabato scorso mi sono detta “beh! se Bologna riguarda l’Italia, vorrà dire che qualcosa dovrò fare anche io!”, così mi sono unita ai cittadini e alle cittadine che hanno promosso il referendum per la difesa dell’art. 33 e sono andata a volantinare insieme a loro in via Orefici. Io non ho figli e, soprattutto, non vivo a Bologna, ma mi riguarda davvero la decisione che i cittadini bolognesi prenderanno il 26 maggio prossimo sul quesito posto: scegliere se interrompere o meno il finanziamento pubblico alle scuole paritarie private.

luciaLUCIA: Riguarda anche me questo referendum perché in tutta Italia ogni anno viene violato l’art. 33 della nostra Costituzione e, solo nella mia regione, la Lombardia, questa violazione ammonta a 52 milioni di euro ogni anno! I cittadini e le cittadine bolognesi che hanno promosso questo referendum sono stati i primi in Italia a porre una questione per nulla ideologica e molto concreta intorno alla quale girano ingenti interessi economici di parte: contributi statali cumulabili a contributi regionali e comunali, che finiscono nelle tasche di enti privati. Il tutto mascherato dalla bufala della libertà di scelta.

E: Capita così che, nel 2008-2009, al 9% degli studenti iscritti alle scuole private sia andato l’80% dei fondi per il diritto allo studio e che tra quelle scuole l’Istituto Sacro Cuore di Milano abbia ricevuto, attraverso il finanziamento dei suoi studenti, un finanziamento di 788.893,56 euro; sempre in Lombardia accade che la formazione professionale sia diventata un business per il quale il centro Galdus nel 2009 ha ricevuto finanziamenti di circa 1.772.960 euro e nel 2010 di 5.697.481 euro (fonte, e per approfondire: link).

L: Che il centro Galdus faccia capo al movimento di CL, di cui l’ex presidente della Regione Lombardia Formigoni era il leader è un particolare di certo non irrilevante. Ma chiediamoci perché, poi, dovremmo scegliere? La scuola pubblica non dovrebbe offrire su tutto il territorio nazionale la stessa qualità formativa per tutti? Liberamente scelgono di essere dei buoni clienti della scuola privata, piuttosto che essere degli utenti della scuola pubblica statale, quei cittadini che ritengono moralmente accettabile l’idea che l’istruzione e l’educazione siano merce attraverso la quale si possa trarre profitto.

E: Per tutti gli altri, quelli che credono in una scuola davvero inclusiva, di tutti e di ciascuno, occorre che lo Stato pensi e programmi i propri interventi, non abdichi al proprio mandato istituzionale e sia presente ovunque sul territorio con una offerta formativa adeguata, che tradotto significa investire nell’educazione e nell’istruzione senza delegare il proprio compito ai privati. Perché? Perché il diritto allo studio, all’educazione, all’istruzione è uguale per tutti gli studenti italiani a prescindere dalla scuola che essi frequentano.

L: Quando il ministro Berlinguer (primo governo Prodi), con i decreti 261/98 e 27/99, ha parificato la scuola privata a quella statale, sostenendo la funzione pubblica di entrambe, forse aveva dimenticato il vero significato della parola “pubblico”, che identifica un bene accessibile a tutti, senza condizioni, in opposizione a ciò che è proprietà di uno solo, cioè di un privato. Il bene pubblico, proprio in quanto cosa pubblica, che appartiene a tutti, è mantenuto e garantito dalla collettività per la collettività senza l’ingerenza degli interessi privati.

E: Qualcuno ha voluto, quindi, violare il significato e la sostanza delle parole più preziose e, per mascherare gli interessi di pochi, ha iniziato a raccontare la favola per cui ciò che è privato (ma pubblico nel senso della funzione che svolge) è meglio di ciò che è pubblico nella funzione e nel soggetto che eroga il servizio. Impossibile che oggi continuino a credere a questa favola proprio quei cittadini emiliani che hanno visto realizzare nelle scuole dell’infanzia pubbliche statali della loro regione le grandi sperimentazioni pedagogiche che hanno attirato l’attenzione di tutta Europa e del mondo (non ultimo, persino dello psicologo americano J. Bruner).

L: “Là dove si è realizzato o si è cominciato a realizzare la rottura degli antichi schemi individualistici e privatistici della scuola in favore della pubblica gestione si sarà indubbiamente assistito, insieme al franamento delle vecchie condotte, alla comparsa delle immagini dirompenti e sovvertitrici di una diversa concezione e formazione del sapere: il decentramento e la gestione democratica accelerano la fine dell’autoritarismo, dell’univocità della cultura, delle sue forme codificate e statiche, sollecitano l’emergenza del momento creativo e protagonista della ricerca; superano la frontalità dell’insegnante e dell’allievo, offrono le modalità di un nuovo rapporto e diventano un potente mezzo di socializzazione della conoscenza” (Fonte, e per approfondire: L. Malaguzzi, Contenuti e finalità dell’educazione del bambino nell’esperienza emiliana, relazione al convegno regionale su “il bambino soggetto e fonte di diritto nella famiglia e nella società”, Bologna 21-22 aprile 1975, in Pubblicazione a cura dei comitati “scuola e città” delle scuole comunali dell’infanzia di Reggio Emilia, novembre 1976, p. 19).

E: Il partito democratico, che forse nella crisi generale di senso e di valori ha dimenticato il vero significato della parola democrazia (anche qui le parole sono importanti direbbe qualcuno…), deve aver anche dimenticato la preziosa esperienza di gestione sociale della scuola dell’infanzia di Bruno Ciari, che dal 1966 al 1970 a Bologna fu nella direzione delle attività educative del Comune e che divenne un modello di riferimento per il nostro Paese. A me piace, invece, pensare che i cittadini e le cittadine bolognesi avranno in mente quell’esperienza educativa democratica e aconfessionale quando si troveranno con gran soddisfazione a mettere il proprio segno sulla lettera A!

LUCIA ED ERNESTA: È vero, Bologna riguarda l’Italia! Perché se a Bologna i cittadini e le cittadine vinceranno questa grande battaglia di civiltà, richiamando il Comune ai suoi compiti istituzionali e difendendo i diritti delle famiglie e dei bambini, allora Bologna sarà ancora una volta un modello per il resto dell’Italia e altri comitati referendari potranno nascere per smantellare il sistema di finanziamento pubblico delle scuole private, in difesa della scuola pubblica statale bene di tutti.

Lucia Donat Cattin ed Ernesta A. Bevar

  • Print
  • email
  • Facebook
  • Twitter
  • LinkedIn