36. Diario corale


Ogni lunedì, il Comitato referendario vi ha accompagnati nell’inizio di settimana con la rubrica settimanale Diario di scuola. Con il Diario abbiamo fatto circolare informazioni e anche raccontato le ragioni della nostra battaglia attraverso le voci dei protagonisti. Tutte voci che potete sfogliare ancora una volta, e che trovate raccolte online.

Questo è un lunedì particolare, il lunedì prima del voto.

Perciò anche il Diario è speciale. Un Diario corale.

Comincia con i MESSAGGI che abbiamo ricevuto da Andrea e Giuseppe.
Prosegue con un INVITO A COINVOLGERVI, una nota-editoriale, di Alessandro Canella, caporedattore di una radio che sostiene il referendum e che in queste settimane ha rilanciato il Diario sul suo sito e in un appuntamento pomeridiano, Radio Città Fujiko.
E si conclude con un CONTRIBUTO SPECIALE, intimo e letterario, della scrittrice Maria Silvia Avanzato, che ci regala un frammento del suo romanzo “L’età dei lupi” (lo trovate disponibile anche singolarmente al link).

I MESSAGGI

Alcuni fra voi ci hanno scritto. Andrea per dire che “votA scuolA pubblicA perché non vuole che la scuola che ha frequentato da bambino diventi un ricordo per tutti”.

Giuseppe, che scrive: “Abbiamo tutti una cosa in COMUNE: la scuola pubblica.
Quella stessa scuola che ci ha accompagnati per un tratto della nostra vita formandoci come cittadini. Quella stessa scuola che é sempre piú dilaniata da tagli e da interessi di parte, nonostante quanto stabilito dalla nostra Costituzione.
E’ il momento di invertire la rotta trasformando l’indignazione in azione per questa battaglia trasversale che unisce chi vuole difendere la scuola pubblica e la Costituzione.
Domenica 26 maggio votiamo scuola pubblica. Votiamo A tutti insieme!”

Tante sono le A e con esse le ragioni che speriamo partecipino il 26 maggio.

Vi invitiamo a fare tutto ciò che è nelle vostre possibilità per coinvolgere altri cittadini all’appuntamento di democrazia del 26 maggio. VotiAmo scuolA pubblicA!

INVITO A COINVOLGERVI

Ecco la nota di Alessandro Canella, caporedattore di Radio Città Fujiko, la radio che in queste settimane ha sostenuto il referendum anche rilanciando il diario sul suo sito e nell’appuntamento pomeridiano delle 18,30, Fujiko Focus On. Questo lunedì proprio Alessandro della radio ci affida le sue riflessioni, invitando i lettori (e gli ascoltatori) a votAre scuolA pubblicA. Leggiamo…

Alessandro CanellaCaro Diario,
ormai ci siamo. Mancano pochi giorni al 26 maggio, giorno del referendum. Un referendum voluto con determinazione da tanti cittadini bolognesi; difeso dagli attacchi di chi riempie la bocca di partecipazione, ma poi la considera solo una mera ratifica delle decisioni prese in altre sedi; ostacolato con sgambetti e sgarbi da chi dovrebbe difendere la democrazia e le istituzioni.
In questa campagna referendaria abbiamo visto cose che pochi si sarebbero aspettati. Abbiamo visto un sindaco abbandonare le vesti di rappresentante di tutti i bolognesi e vestire l’abito di capitano di una delle due squadre in campo. Abbiamo visto un quesito che concerne un tema molto vicino alla vita e alle aspettative dei cittadini venire trasformato in un plebiscito pro o contro l’Amministrazione, come se il diritto di critica fosse un male, come se una scelta non potesse essere rivista, come se chi guida Palazzo D’Accursio fosse investito di infallibilità ed insindacabilità.
Abbiamo visto svilita la differenza sostanziale tra partito e Istituzione, dando vita ad una pericolosa confusione che rischia di allontanare ancora di più il cittadino e alimentare l’idea che “sono tutti uguali”.
Abbiamo visto Bologna, città che spesso ha rappresentato un laboratorio, subire per la prima volta un’avanguardia in negativo, anticipando di qualche settimana le “larghe intese”, più propriamente dette “inciucio”. Tale è il fronte Pd, Pdl, Lega, Curia e Cei, che ha usato un dispiegamento di forze impressionante nei confronti di un referendum consultivo, in cui i cittadini semplicemente sono chiamati a dire come la pensano su un tema specifico.
Non sto poi a ricordare i numerosi insulti rivolti ad Articolo 33, “colpevole” di avere utilizzato uno strumento democratico previsto dal Regolamento comunale.

A farne le spese, in questo clima esacerbato, sono stati come al solito i contenuti. Le bugie, le mezze verità, i dati omessi e quelli strumentalmente esaltati, hanno ostacolato non poco la comprensione del reale problema che questa città si è trovata e si troverà ancor più ad affrontare: i bambini esclusi dalla scuola pubblica, un diritto garantito dalla Costituzione italiana.
Un problema che il Pd, al governo di questa città, contava di risolvere con il sistema misto pubblico-privato, che al contrario si è rivelato un clamoroso fallimento. Non è un caso, infatti, che i bambini bolognesi che frequentavano le materne private prima che il Comune cominciasse a sovvenzionarle erano percentualmente più di quelli che attualmente le frequentano. Senza trascurare, inoltre, il diritto di ogni famiglia di scegliere il progetto educativo per il proprio figlio, diritto non garantito per tutti dall’attuale sistema.
È per questo che il Pd e la destra politica e religiosa sono nervosi e aggrediscono di continuo. Sanno di avere una posizione debole dal punto di vista economico e pratico, oltre ad un’idea indifendibile sul piano dei valori e dei principi.
A rileggere le cose che sono state dette e scritte da parte di alcuni esponenti del comitato del B, durante la campagna referendaria, pare che l’educazione e la formazione siano una questione di ordinaria amministrazione, affrontate come si affronta una carenza di parcheggi attorno ad un centro commerciale.

Parafrasando uno slogan utilizzato dal primo cittadino durante la campagna elettorale che lo ha portato a Palazzo D’Accursio, “se vi va tutto bene, Merola vi va bene”.
Se per voi scuola pubblica e privata sono la stessa cosa, se pagare o non pagare una retta è la stessa cosa, se crescere vostro figlio o vostra figlia in un contesto aperto, multiculturale e inclusivo è come crescerli in classi selezionate in base al censo o alla fede religiosa, se per voi la scuola è un luogo dove tenere i bambini mentre siete al lavoro o mentre avete altro da fare, votate convintamente B al referendum.
Se invece cogliete la differenza tra le due visioni e avete a cuore ciò che il nostro territorio ha rappresentato e ancora, a fatica, rappresenta sul tema della scuola, allora mobilitatevi.
Andate a votare A, ma non è sufficiente. Convincete a votare anche l’amico pigro, il famigliare sfiduciato, aiutate ad andare al seggio anche chi ha difficoltà.
Questa sfida è molto più di un referendum, è una richiesta di ascolto da parte dei cittadini nei confronti di una classe dirigente che sembra sorda ed arroccata nei palazzi; è l’occasione che abbiamo per decidere il nostro futuro in modo attivo, invece che subire passivamente ciò che viene deciso sopra le nostre teste; è uno stimolo che rivolgiamo a noi stessi per ricordarci che anche se ci crediamo assolti, siamo lo stesso coinvolti.

Alessandro Canella

CONTRIBUTO SPECIALE

Maria Silvia AvanzatoContributo intimo e letterario della scrittrice Maria Silvia Avanzato, che ci regala un frammento del suo romanzo “L’età dei lupi”.

PARTE 1: LA SCUOLA PRIVATA

Sopra il cortile c’era un pezzetto piccolo di cielo pulito: le suore avevano spazzato via le nuvole per l’occasione.

Quello era stato il nostro mondo, per tanto tempo: un recinto netto e bianchissimo da cui guardare il cielo solo in parte e a una considerevole distanza. Da dove alzare lo scudo sulla vita fuori: politica, sesso, informazione e altre stupidità superflue, facilmente rimpiazzabili con un Laudato Sii intonato a squarciagola. La nostra musica, la sola vera musica, quella per Dio, chiunque esso fosse.

Possibile che finisse tutto? Che lasciassimo in quel cortile solo gli echi delle nostre voci? Stavamo cantando per tutti, cantavamo oltre le mura e più in su. Lasciavo lì tutti i miei ricordi, ben impacchettati.

Il metodo militare della scuola, in quell’ultimo anno, aveva mietuto un buon numero di vittime. Metodo basato sul “guardate qui, questa è debolezza, debolezza è diversità, diversità è difetto, difetto genera disgusto”. Metodo di un bambino in cattedra, davanti a tutta la classe, metodo del “guardate qui e imparate”.

Io ridevo della grossa all’idea di cambiare aria e andare alla pubblica.

PARTE 2: SCUOLA PUBBLICA, SMARRIMENTO

Per quanto guardassi tutto attorno, vedevo campi arati e fabbriche

abbandonate. Mai avevo visto tanta gente tutta assieme, nemmeno al TNT: la scuola nuova, oltre che isolata, era enorme. Gli alunni sembravano api impazzite in un alveare. Eravamo troppi, anche sugli autobus che sfidavano gli snodi cittadini per venirci a prendere. Lì dentro, le teste volavano fuori dai finestrini, e quando le porte si aprivano la vettura vomitava giù tantissimi alunni di plastilina attaccati uno all’altro.

E a me fregava poco o niente dell’autobus. Io venivo da un altro pianeta. E con tutta quella gente, rischiavo anche di diventare sorda perché non esistevano regole del silenzio.

C’era poi un altro particolare. Mi perdevo.

All’ingresso, oltre una pianta finta e un bancone con le bidelle, si aprivano a ventaglio i meandri della scuola, corridoi gialli illuminati al neon e pareti verniciate con lo stesso colore.

Come tale, o seminavi mine per matita dietro di te come un novello Pollicino, o ti perdevi.

I compagni erano perlopiù donne. Ben tre erano extracomunitarie. Due arabe e una di colore. Credevo fossero destinate a essere scansate da tutti, e invece, nel giro di breve, farsele amiche divenne di moda. Se eri amico di Latifa o di Amina,

loro ti scrivevano il tuo nome in arabo sul diario.

PARTE 3: DENTRO LA DIVERSITà

Latifa abitava in una zona che Bologna si era premurata di calciare il più lontano possibile, come se fosse stato un birillo indesiderato durante una partita di bowling. Quartiere Pilastro. Il Bronx. Raggiungerlo da sola, in autobus, era stata una bella sfida.

Quando il 20 mi aveva smollata giù, sul marciapiede, mi ero ritrovata alle spalle di una serie di fabbricati costipati in un quadretto di cemento armato. Erano grandi palazzi con le finestre aperte in pieno dicembre e camminando fra quegli stabilimenti giganteschi si udiva un brusio concitato: erano le voci delle finestre, le preghiere dei musulmani miste al pianto di bambini, al fischio delle caffettiere, alle notizie di calcio per radio, alle discussioni di marito e moglie. Nel cuore del Pilastro udivi tutto. Eri al centro di una matassa di voci accavallate e potevi addirittura credere di averne in mano le fila. Ti spostavi e rasentavi il muro, così ascoltavi una parte dei discorsi. Cambiavi il muro e sentivi altri discorsi. Sbirciavi nella vita altrui e la

vita altrui ti pioveva addosso, dall’alto, con echi, con fruscii. Latifa stava in una casa popolare bruttissima in fondo a un vialone dove i lampioni facevano da alberi. Dal suo edificio proveniva un rumore fortissimo di carta appallottolata, bambini che rompono le scatole, piatti ammassati nei lavelli, ragazze che canticchiano mentre lavano i pavimenti. Era un’orbita bianca in mezzo al niente con un cancelletto d’ingresso, basso e verniciato di rosso, che piangeva una nenia insopportabile, implorando un’oliata. Una casa bianca.

Latifa, dal terzo piano, mi riconobbe e mi fece un urlo, salutando.

PARTE 4: RACCORDO FINALE

E adesso so, adesso ho capito.

Latifa vive in un appartamento, ma è come se vivesse in tutti perché, nel suo palazzo, le porte restano quasi sempre aperte e la gente gira, si conosce, si saluta per le scale o sta lì seduta a parlare, a sentire la musica, come se fosse il tavolino d’un bar.

Adesso so, adesso ho capito.

Sono le porte aperte a tutti ad avvicinare le persone, le porte aperte a tutti sono le persone.

E cantare una lingua sconosciuta al cielo, a un pezzetto di cielo, dietro un muro, in un mignolo pulito del mondo, non è fare parte delle persone. Ce ne sono altre fuori. Altre che si mescolano e si mostrano, che si adattano e si sforzano, che si arrangiano e si rivelano. Altre che non si sentono migliori, altre che non sono selezione, altre che mi hanno insegnato qualcosa davvero senza impormi la regola del silenzio.

Mi hanno detto che la scuola è un diritto, che la scuola è lì per tutti, che non ha pretese. Mi hanno detto che la scuola non ha la sfacciataggine di chiederti da quale quartiere vieni.

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