Lettera aperta ai sostenitori dell’opzione B

Il Nuovo Comitato Articolo 33 invia una lettera aperta ai sostenitori dell’opzione “B” al referendum del 26 maggio. Per spiegar loro che non esiste nessuna “guerra di religione”, come si vuol far credere da più parti. Per confrontarci civilmente. Per esortarli, pur nel rispetto delle diverse identità, a non votare secondo l’appartenenza partitica o confessionale, ma per intima convinzione. Perché, come ricordava Don Lorenzo Milani in “L’obbedienza non è più una virtù”, “la leva ufficiale” del cambiamento “è il voto”. Per invitarli, persino, a votare “A”.

LETTERA APERTA AI SOSTENITORI DELL’OPZIONE B al referendum del 26 maggio sui finanziamenti pubblici alle scuole paritarie a gestione privata

Vi scriviamo animati dalla volontà di fare chiarezza e impedire alla propaganda di inquinare il libero e necessario confronto tra opinioni diverse nella nostra città.

Vi scriviamo perché sul nostro conto si continuano a dire cose inesatte, e in certi casi platealmente false, per trasformare un confronto sulla scuola in una guerra di religione.

Noi referendari veniamo definiti dalla controparte “ideologici”, “statalisti”, “laicisti”, e in buona sostanza nemici dei cattolici.

E’ bene che sappiate che tra i promotori del referendum ci sono sia non credenti, sia cattolici, sia cristiani non cattolici, sia fedeli di altre religioni. Le riunioni del Nuovo Comitato Articolo 33 si tengono nei locali attigui alla chiesa evangelica metodista, che li ha generosamente messi a nostra disposizione. Tra le realtà che appoggiano la nostra iniziativa ci sono il Centro di formazione e ricerca “Don Lorenzo Milani – Scuola di Barbiana” e il Comitato Salviamo la Costituzione, fondato dagli eredi politici di Giuseppe Dossetti. Ciò che ci unisce quindi non è alcuna guerra anti-religiosa, tanto meno nei confronti delle scuole paritarie a gestione privata, bensì il desiderio di salvare la scuola pubblica e salvaguardare un modello scolastico che sia inclusivo, pluralista e aperto a tutti senza distinzioni.

I maggiori sostenitori dell’opzione B al referendum, a prescindere dalla loro appartenenza, affermano di volere un sistema scolastico retto dal principio in base al quale ognuno può ricevere soldi pubblici per finanziare la scuola che vuole, anche se il progetto educativo non è per tutti. In questo senso è stata emblematica la dichiarazione del nostro sindaco, Virginio Merola, quando ha detto che sarebbe ben felice di finanziare anche una scuola islamica, oltre a quelle cattoliche. In questa prospettiva, si dovrebbe agevolare, con le tasse di tutti, la nascita di scuole religiose di ogni tipo (quindi anche induiste, buddiste, geoviane, etc.) e ipotizzare un sistema scolastico in cui ogni gruppo sociale si fa la propria scuola. Un sistema parcellizzato fatto di ghetti isolati e gelosi della propria identità, con il rischio di “preparare una società della distanza, per non dire del conflitto”.

Ebbene noi sosteniamo invece un modello di scuola interculturale, aperto, improntato al confronto. Vale a dire una scuola dove tutte le diversità possano incontrarsi, convivere, crescere insieme, nel rispetto reciproco. Crediamo che una scuola di questo tipo sia una palestra fondamentale per una società complessa e diversificata come quella in cui viviamo.

La società italiana di oggi infatti non è più quella del 1995, quando a Bologna vennero stabiliti i finanziamenti alle scuole paritarie private. Non siamo più in calo demografico e soprattutto la nostra città è ormai abitata da un numero considerevole di famiglie non cattoliche, siano esse cristiane di altre confessioni o non cristiane. E si tratta spesso anche di famiglie a basso reddito, che si aggiungono alle famiglie di origine italiana messe in difficoltà dalla crisi economica.

Sappiamo che se lasceremo la scuola comunale e statale in balia dei tagli alla spesa pubblica, sarà inevitabile che piano piano essa deperisca e che chi potrà permetterselo – magari anche a costo di grandi sacrifici – finisca per mandare i propri figli e figlie alla scuola paritaria privata. Ma in questo modo si affermerà l’idea che chi può si salva e chi non ce la fa rimane nella scuola di serie B.

Per questo crediamo necessario salvaguardare e investire nella scuola d’infanzia pubblica e gratuita, l’unica che è realmente in grado di tutelare le famiglie di ogni confessione, di ogni censo e di ogni convinzione. Quella che educa i nostri figli e figlie al confronto e alla convivenza con l’altro. Per questo chiediamo che con i soldi comunali si finanzi la scuola dell’infanzia comunale e statale.

Quello del 26 maggio non è un referendum sull’abolizione dei finanziamenti pubblici alle scuole paritarie private. Non è un referendum abrogativo, bensì consultivo, con il quale si chiede di esprimere un’opinione, stabilendo una priorità per lo stanziamento dei fondi comunali.

Tutti i bambini e le bambine hanno diritto ad avere un posto a scuola, nel rispetto della loro specificità. E i cittadini hanno diritto a essere informati correttamente, attraverso uno scambio d’opinioni sincero e onesto.

Bologna, maggio 2013
Nuovo Comitato Articolo 33

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