L’età dei lupi

Maria Silvia AvanzatoContributo intimo e letterario della scrittrice Maria Silvia Avanzato, che ci regala un frammento del suo romanzo “L’età dei lupi”.

PARTE 1: LA SCUOLA PRIVATA

Sopra il cortile c’era un pezzetto piccolo di cielo pulito: le suore avevano spazzato via le nuvole per l’occasione.

Quello era stato il nostro mondo, per tanto tempo: un recinto netto e bianchissimo da cui guardare il cielo solo in parte e a una considerevole distanza. Da dove alzare lo scudo sulla vita fuori: politica, sesso, informazione e altre stupidità superflue, facilmente rimpiazzabili con un Laudato Sii intonato a squarciagola. La nostra musica, la sola vera musica, quella per Dio, chiunque esso fosse.

Possibile che finisse tutto? Che lasciassimo in quel cortile solo gli echi delle nostre voci? Stavamo cantando per tutti, cantavamo oltre le mura e più in su. Lasciavo lì tutti i miei ricordi, ben impacchettati.

Il metodo militare della scuola, in quell’ultimo anno, aveva mietuto un buon numero di vittime. Metodo basato sul “guardate qui, questa è debolezza, debolezza è diversità, diversità è difetto, difetto genera disgusto”. Metodo di un bambino in cattedra, davanti a tutta la classe, metodo del “guardate qui e imparate”.

Io ridevo della grossa all’idea di cambiare aria e andare alla pubblica.

PARTE 2: SCUOLA PUBBLICA, SMARRIMENTO

Per quanto guardassi tutto attorno, vedevo campi arati e fabbriche

abbandonate. Mai avevo visto tanta gente tutta assieme, nemmeno al TNT: la scuola nuova, oltre che isolata, era enorme. Gli alunni sembravano api impazzite in un alveare. Eravamo troppi, anche sugli autobus che sfidavano gli snodi cittadini per venirci a prendere. Lì dentro, le teste volavano fuori dai finestrini, e quando le porte si aprivano la vettura vomitava giù tantissimi alunni di plastilina attaccati uno all’altro.

E a me fregava poco o niente dell’autobus. Io venivo da un altro pianeta. E con tutta quella gente, rischiavo anche di diventare sorda perché non esistevano regole del silenzio.

C’era poi un altro particolare. Mi perdevo.

All’ingresso, oltre una pianta finta e un bancone con le bidelle, si aprivano a ventaglio i meandri della scuola, corridoi gialli illuminati al neon e pareti verniciate con lo stesso colore.

Come tale, o seminavi mine per matita dietro di te come un novello Pollicino, o ti perdevi.

I compagni erano perlopiù donne. Ben tre erano extracomunitarie. Due arabe e una di colore. Credevo fossero destinate a essere scansate da tutti, e invece, nel giro di breve, farsele amiche divenne di moda. Se eri amico di Latifa o di Amina,

loro ti scrivevano il tuo nome in arabo sul diario.

PARTE 3: DENTRO LA DIVERSITà

Latifa abitava in una zona che Bologna si era premurata di calciare il più lontano possibile, come se fosse stato un birillo indesiderato durante una partita di bowling. Quartiere Pilastro. Il Bronx. Raggiungerlo da sola, in autobus, era stata una bella sfida.

Quando il 20 mi aveva smollata giù, sul marciapiede, mi ero ritrovata alle spalle di una serie di fabbricati costipati in un quadretto di cemento armato. Erano grandi palazzi con le finestre aperte in pieno dicembre e camminando fra quegli stabilimenti giganteschi si udiva un brusio concitato: erano le voci delle finestre, le preghiere dei musulmani miste al pianto di bambini, al fischio delle caffettiere, alle notizie di calcio per radio, alle discussioni di marito e moglie. Nel cuore del Pilastro udivi tutto. Eri al centro di una matassa di voci accavallate e potevi addirittura credere di averne in mano le fila. Ti spostavi e rasentavi il muro, così ascoltavi una parte dei discorsi. Cambiavi il muro e sentivi altri discorsi. Sbirciavi nella vita altrui e la

vita altrui ti pioveva addosso, dall’alto, con echi, con fruscii. Latifa stava in una casa popolare bruttissima in fondo a un vialone dove i lampioni facevano da alberi. Dal suo edificio proveniva un rumore fortissimo di carta appallottolata, bambini che rompono le scatole, piatti ammassati nei lavelli, ragazze che canticchiano mentre lavano i pavimenti. Era un’orbita bianca in mezzo al niente con un cancelletto d’ingresso, basso e verniciato di rosso, che piangeva una nenia insopportabile, implorando un’oliata. Una casa bianca.

Latifa, dal terzo piano, mi riconobbe e mi fece un urlo, salutando.

PARTE 4: RACCORDO FINALE

E adesso so, adesso ho capito.

Latifa vive in un appartamento, ma è come se vivesse in tutti perché, nel suo palazzo, le porte restano quasi sempre aperte e la gente gira, si conosce, si saluta per le scale o sta lì seduta a parlare, a sentire la musica, come se fosse il tavolino d’un bar.

Adesso so, adesso ho capito.

Sono le porte aperte a tutti ad avvicinare le persone, le porte aperte a tutti sono le persone.

E cantare una lingua sconosciuta al cielo, a un pezzetto di cielo, dietro un muro, in un mignolo pulito del mondo, non è fare parte delle persone. Ce ne sono altre fuori. Altre che si mescolano e si mostrano, che si adattano e si sforzano, che si arrangiano e si rivelano. Altre che non si sentono migliori, altre che non sono selezione, altre che mi hanno insegnato qualcosa davvero senza impormi la regola del silenzio.

Mi hanno detto che la scuola è un diritto, che la scuola è lì per tutti, che non ha pretese. Mi hanno detto che la scuola non ha la sfacciataggine di chiederti da quale quartiere vieni.